A Gaza è tregua, 72 ore per la pace

5 agosto 2014 at 15:02

AP2518708_tnUna nuova tregua di 72 ore e ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza. I colloqui ieri al Cairo tra esponenti dello Stato ebraico e palestinesi hanno avuto esito positivo, nel tentativo di porre un freno al conflitto israelo-palestinese, che sinora ha causato oltre 1800 morti tra i palestinesi e una settantina tra gli israeliani. Gli interrogativi ora pesano sull’effettiva tenuta del cessate il fuoco, anche alla luce dei gravi episodi di ieri. Ci riferisce Graziano Motta della Radio Vaticana:

Alcuni segni positivi lasciano sperare stavolta in una tenuta del cessate il fuoco: c’è l’annuncio ufficiale sul ritiro da Gaza delle forze israeliane che hanno completato la distruzione della rete di tunnel dei miliziani palestinesi, deposito di missili e armi e via per le infiltrazioni nel territorio ebraico nella zona di confine. Tuttavia alcuni reparti restano attestati per ogni emergenza, e nelle retrovie i riservisti continuano con la loro sola presenza a tranquillizzare la popolazione esposta ai lanci di missili e obici di mortaio. C’è poi qualche dichiarazione politica incoraggiante, degli Stati Uniti in particolare, sul possibile consolidamento della tregua umanitaria, la sua tenuta potrebbe farla divenire permanente. Israele si mostra molto prudente. Il primo ministro Netanyahu, che ieri si è recato sul fonte delle operazioni, ha detto che “tutto finirà solo quando, e per lungo tempo, saranno ristabilite quiete e calma. Hamas e altre organizzazioni del terrore sono state colpite in modo pesante”, poi ha lasciato intendere che Israele non intende impedire l’arrivo di aiuti umanitari per la popolazione di Gaza che è dinanzi a immani distruzioni.

La situazione nelle ultime ore non è stata tranquillizzante, nella Striscia ieri gli israeliani, nonostante la tregua unilaterale di sette ore da loro proclamata ma per ritorsione ai continui lanci di missili palestinesi, hanno continuato raid aerei e altre operazioni terrestri che hanno causato una decina di vittime fra cui una bambina di otto anni a Shati e una trentina di feriti a Nusseirat.

Gerusalemme ha vissuto l’incubo del passato terrorismo, in un quartiere abitato da ortodossi un palestinese alla guida folle di una grande ruspa ha rovesciato un’autobus, fortunatamente vuoto, e alcune auto, causando un morto e cinque feriti. L’uomo è stata poi ucciso dalla polizia. Sul montre Scopus, presso l’università, un motociclista ha sparato contro un soldato che sostava alla fermata degli autobus ferendolo gravemente.

A cura di Redazione Papaboys fonte: Radio Vaticana

Il Patriarca Twal: la tregua non serve, se Gaza resta una prigione disperata

1 agosto 2014 at 12:22

LAPR0667-031-U430101350474685o0-U430302749358xUG-593x443@Corriere-Web-Nazionale“La tregua iniziata in corso è una cosa buona, ma non servirà se le condizioni di Gaza rimarranno quelle di una terra disperata posta sotto assedio, dove possono crescere solo la paura e la frustrazione che alimentano l’odio. Sembra quasi che si punti a fare di Gaza una fabbrica di disperati, destinati a trasformarsi facilmente in estremisti pronti a tutto”.

Così il Patriarca di Gerusalemme dei Latini Fouad Twal sottolinea in una conversazione con l’Agenzia Fides la fragilità invita a riflettere sulla scarsa incisività a lungo termine della sospensione temporanea delle azioni su cui hanno trovato l’accordo Israele e Hamas. Secondo il Patriarca occorre rimuovere le condizioni strutturale che alimentano l’odio cieco, a partire dall’embargo: “Anche i tunnel costruiti a Gaza” fa notare Sua Beatitudine Twal “sono a loro modo un prodotto dell’embargo: se si pone fine a questo assedio, se si aprono le strade e si permette la libertà di movimento delle persone e delle merci, se si consente la libera pesca nel mare davanti a Gaza, allora tutto potrà muoversi in superficie e nessuno avrà bisogno di scavare tunnel per passare sottoterra”.

A giudizio del Patriarca latino di Gerusalemme, la perversa e cieca volontà di annientare il nemico sta trasformando la popolazione civile di Gaza in vittima sacrificale: “Basta guardare i nomi delle vittime: il 70 per cento” fa notare Sua Beatitudine “sono donne e bambini: E fa pensare anche il fatto che, tra tanti tunnel, Hamas non abbia pensato a costruire rifugi sotterranei per la gente”.

Riguardo alle reazioni internazionali, il Patriarca invia un messaggio significativo anche a chi continua a esprimere attestazioni verbali di solidarietà con i cristiani e i popoli sofferenti del Nedio Oriente: “Arrivano tante lettere da tanti amici che vivono in altri Paesi e continenti. Noi ringraziamo, ma forse c’è troppa compassione e poco aiuto concreto. Sono andato a visitare i feriti usciti da Gaza accolti nell’Ospedale francese, e sono rimasto impressionato. Anche le loro famiglie hanno bisogno di tutto. Noi facciamo quello che possiamo con la Caritas e le risorse del Patriarcato, ma dall’esterno vediamo arrivare poco sostegno concreto e efficace. Non bastano i messaggi e le dichiarazioni messe in rete per dire: siamo con voi”.

Pierre Loup de Raucourt, del Patriarcato Latino di Gerusalemme, ci racconta: tornato a Gerusalemme dopo tre settimane di visita negli Stati Uniti, mons. Fuad Twal è accorso al capezzale dei feriti della Striscia di Gaza, accolti negli ospedali di Gerusalemme.

Lontano geograficamente dal conflitto nella Striscia di Gaza, fin dal suo inizio, il Patriarca si è subito allarmato a causa della situazione catastrofica. Ricevuto alla Casa Bianca dal Capo di gabinetto e consigliere del presidente Obama confida che: “il [suo] dolore è accresciuto dal fatto di essere assente mentre uomini e donne del [suo] patriarcato soffrono”.

Al suo ritorno, ha voluto recarsi immediatamente al capezzale dei feriti accolti in due ospedali di Gerusalemme: l’ospedale Francese delle suore di san Giuseppe e l’ospedale islamico Makassed sul monte degli Ulivi. E questo nella impossibilità di recarsi nella Striscia di Gaza, dove la piccola parrocchia cattolica, come del resto tutta la popolazione di Gaza, ha bisogno di sostegno fisico e morale per sollevarsi dal dolore, dalla guerra e dalla pressione sulla popolazione causati tanto dall’esercito israeliano quanto da Hamas. “Tanto la mia desolazione e la mia pena sono grandi, quanto la mia gioia a vedere queste testimonianze di solidarietà e di carità da parte delle religiose che hanno accompagnato all’ospedale i bimbi da Gaza”.

Purtroppo, solamente pochi feriti sono stati accolti a Gerusalemme rispetto al gran numero di chi avrebbe bisogno, secondo certe fonti più di 7000. La maggior parte delle persone ospedalizzate ha meno di 20 anni. Neonati, bambini e adolescenti, se pure sopravviveranno, soffrono per gravissimi traumi che li renderanno disabili per tutta la loro vita. “E’ il risultato di un massacro – si rammarica il Patriarca – di civili innocenti, di madri coi loro bimbi, coi loro piccolini che nulla hanno a che fare con la politica”.

Intimamente colpito da questa visita, dagli sguardi smarriti e spenti delle famiglie o dei feriti, mons. Twal pensa al futuro con due domande: “Perché tanta cieca violenza? Che faranno questi feriti una volta usciti dall’ospedale?. In effetti la maggior parte di loro a Gaza non ha più nulla, tutto è distrutto. Nemmeno posseggono un permesso di residenza. Il loro futuro è davvero una incognita.

Infine, il Patriarca lancia da Gerusalemme un appello alla solidarietà internazionale. Molti aiuti avevano consentito di ricostruire le abitazioni. Ormai queste case sono danneggiate o distrutte, il dramma si ripete. I bisogni sono grandi e urgenti.

A cura di Redazione Papaboys
fonti: Agenzia Fides e Patriarcato Latino di Gerusalemme

A Gerusalemme i cristiani riuniti per implorare le pace

25 luglio 2014 at 11:46

priere-oe-3GERUSALEMME – Il Sabeel Center per gli Studi Teologici ha organizzato una preghiera ecumenica serale per la pace nella chiesa di Santo Stefano. Più di 240 persone sono intervenute per l’occasione e hanno pregato per più di un’ora con fervore e intensità per chiedere il “cessate il fuoco” tra Israele e Hamas.

Tra i fedeli in preghiera, vi erano il Patriarca emerito Michel Sabbah, il vescovo luterano mons. Munib Younan, il vescovo ortodosso mons. Atallah Hanna, il vicario patriarcale mons. William Shomali, e molti sacerdoti e rappresentanti delle Chiese di Gerusalemme, così come autorità civili e diplomatiche, tra cui cinque ministri e un ex ministro dell’Autorità palestinese.

Durante tutta la preghiera, condotta in diverse lingue, le candele sono rimaste accese, luci dalla fiamma fragile ma brillante, segno di una pace molto difficile da stabilizzare, ma ardentemente desiderata da coloro che la invocano.

La cerimonia è stata scandita da canti del coro «Al Rajaa’» e da sedici intenzioni di preghiera, in un clima di serietà e fervore, per implorare la giustizia, la pace, il conforto e la stabilità a Gaza e in tutta la regione. Le offerte sono state raccolte per aiutare le famiglie più povere di Gaza.

Nella sua omelia, il patriarca mons. Sabbah (nella foto) ha sottolineato «l’assurdità della guerra» e ha invitato invece a cercare «una soluzione globale del problema». «Questa è davvero una guerra di reazione in cui si reagisce l’uno contro l’altro, ma che non risolve nulla», ha spiegato il Patriarca emerito. E ha continuato, dicendo: «Siamo venuti a pregare il nostro Padre celeste, che ascolta la nostra voce e sa tutto. Egli è Padre di tutti, il Padre di chi uccide, e Padre di chi viene ucciso.

La nostra preghiera ricorda a tutti coloro che uccidono e alle vittime che Dio è Amore e riposo. Questa lingua non può essere compresa dagli autori o dalle loro vittime, o anche a volte da noi stessi, ma è l’unica lingua che ci dà la Salvezza». di Myriam Ambroselli

Testo della Dichiarazione comune firmata da Francesco e Bartolomeo

26 maggio 2014 at 2:44

Papa Francesco e il Patriarca BartolomeoGerusalemme, 25 maggio 2014. Nello stesso palazzo della Delegazione Apostolica che ospitò, cinquant’anni fa, lo storico incontro tra Papa Paolo VI ed il Patriarca Athenagoras (“stesso palazzo e stessa stanza” come ha ricordato Padre Lombardi), Papa Francesco ed il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo hanno firmato una Dichiarazione Comune di cui riportiamo il testo integrale:

1. Come i nostri venerati predecessori, il Papa Paolo VI ed il Patriarca Ecumenico Athenagoras, si incontrarono qui a Gerusalemme cinquant’anni fa, così anche noi, Papa Francesco e Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, abbiamo voluto incontrarci nella Terra Santa, “dove il nostro comune Redentore, Cristo Signore, è vissuto, ha insegnato, è morto, è risuscitato ed è asceso al cielo, da dove ha inviato lo Spirito Santo sulla Chiesa nascente” (Comunicato congiunto di Papa Paolo VI e del Patriarca Athenagoras, pubblicato dopo l’incontro del 6 gennaio 1964). Questo nostro incontro, un ulteriore ritrovo dei Vescovi delle Chiese di Roma e di Costantinopoli, fondate rispettivamente dai due fratelli Apostoli Pietro e Andrea, è per noi fonte di intensa gioia spirituale e ci offre l’opportunità di riflettere sulla profondità e sull’autenticità dei legami esistenti tra noi, frutto di un cammino pieno di grazia lungo il quale il Signore ci ha guidato, a partire da quel giorno benedetto di cinquant’anni fa.

2. Il nostro incontro fraterno di oggi è un nuovo, necessario passo sul cammino verso l’unità alla quale soltanto lo Spirito Santo può guidarci: quella della comunione nella legittima diversità. Ricordiamo con viva gratitudine i passi che il Signore ci ha già concesso di compiere. L’abbraccio scambiato tra Papa Paolo VI ed il Patriarca Athenagoras qui a Gerusalemme, dopo molti secoli di silenzio, preparò la strada ad un gesto di straordinaria valenza, la rimozione dalla memoria e dal mezzo della Chiesa delle sentenze di reciproca scomunica del 1054. Seguirono scambi di visite nelle rispettive sedi di Roma e di Costantinopoli, frequenti contatti epistolari e, successivamente, la decisone di Papa Giovanni Paolo II e del Patriarca Dimitrios, entrambi di venerata memoria, di avviare un dialogo teologico della verità tra Cattolici e Ortodossi. Lungo questi anni Dio, fonte di ogni pace e amore, ci ha insegnato a considerarci gli uni gli altri come membri della stessa famiglia cristiana, sotto un solo Signore e Salvatore, Cristo Gesù, e ad amarci gli uni gli altri, di modo che possiamo professare la nostra fede nello stesso Vangelo di Cristo, così come è stato ricevuto dagli Apostoli, espresso e trasmesso a noi dai Concili ecumenici e dai Padri della Chiesa. Pienamente consapevoli di non avere raggiunto l’obiettivo della piena comunione, oggi ribadiamo il nostro impegno a continuare a camminare insieme verso l’unità per la quale Cristo Signore ha pregato il Padre, “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21).

3. Ben consapevoli che tale unità si manifesta nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo, aneliamo al giorno in cui finalmente parteciperemo insieme al banchetto eucaristico. Come cristiani, ci spetta il compito di prepararci a ricevere questo dono della comunione eucaristica, secondo l’insegnamento di Sant’Ireneo di Lione, attraverso la professione dell’unica fede, la preghiera costante, la conversione interiore, il rinnovamento di vita e il dialogo fraterno (Adversus haereses, IV,18,5. PG 7, 1028). Nel raggiungere questo obiettivo verso cui orientiamo le nostre speranze, manifesteremo davanti al mondo l’amore di Dio e, in tal modo, saremo riconosciuti come veri discepoli di Gesù Cristo (cf Gv 13,35).

4. A tal fine, un contributo fondamentale alla ricerca della piena comunione tra Cattolici ed Ortodossi è offerto dal dialogo teologico condotto dalla Commissione mista internazionale. Durante il tempo successivo dei Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e del Patriarca Dimitrios, il progresso realizzato dai nostri incontri teologici è stato sostanziale. Oggi vogliamo esprimere il nostro sentito apprezzamento per i risultati raggiunti, così come per gli sforzi che attualmente si stanno compiendo. Non si tratta di un mero esercizio teorico, ma di un esercizio nella verità e nella carità, che richiede una sempre più profonda conoscenza delle tradizioni gli uni degli altri, per comprenderle e per apprendere da esse. Per questo, affermiamo ancora una volta che il dialogo teologico non cerca un minimo comune denominatore teologico sul quale raggiungere un compromesso, ma si basa piuttosto sull’approfondimento della verità tutta intera, che Cristo ha donato alla sua Chiesa e che, mossi dallo Spirito Santo, non cessiamo mai di comprendere meglio. Affermiamo quindi insieme che la nostra fedeltà al Signore esige l’incontro fraterno ed il vero dialogo. Tale ricerca comune non ci allontana dalla verità, piuttosto, attraverso uno scambio di doni, ci condurrà, sotto la guida dello Spirito, a tutta la verità (cf Gv 16,13).

5. Pur essendo ancora in cammino verso la piena comunione, abbiamo sin d’ora il dovere di offrire una testimonianza comune all’amore di Dio verso tutti, collaborando nel servizio all’umanità, specialmente per quanto riguarda la difesa della dignità della persona umana in ogni fase della vita e della santità della famiglia basata sul matrimonio, la promozione della pace e del bene comune, la risposta alle miserie che continuano ad affliggere il nostro mondo. Riconosciamo che devono essere costantemente affrontati la fame, l’indigenza, l’analfabetismo, la non equa distribuzione dei beni. È nostro dovere sforzarci di costruire insieme una società giusta ed umana, nella quale nessuno si senta escluso o emarginato.

6. Siamo profondamente convinti che il futuro della famiglia umana dipende anche da come sapremo custodire, in modo saggio ed amorevole, con giustizia ed equità, il dono della creazione affidatoci da Dio. Riconosciamo dunque pentiti l’ingiusto sfruttamento del nostro pianeta, che costituisce un peccato davanti agli occhi di Dio. Ribadiamo la nostra responsabilità e il dovere di alimentare un senso di umiltà e moderazione, perché tutti sentano la necessità di rispettare la creazione e salvaguardarla con cura. Insieme, affermiamo il nostro impegno a risvegliare le coscienze nei confronti della custodia del creato; facciamo appello a tutti gli uomini e donne di buona volontà a cercare i modi in cui vivere con minore spreco e maggiore sobrietà, manifestando minore avidità e maggiore generosità per la protezione del mondo di Dio e per il bene del suo popolo.

7. Esiste altresì un urgente bisogno di cooperazione efficace e impegnata tra i cristiani, al fine di salvaguardare ovunque il diritto ad esprimere pubblicamente la propria fede e ad essere trattati con equità quando si intende promuovere il contributo che il Cristianesimo continua ad offrire alla società e alla cultura contemporanee. A questo proposito, esortiamo tutti i cristiani a promuovere un autentico dialogo con l’Ebraismo, con l’Islam e con le altre tradizioni religiose. L’indifferenza e la reciproca ignoranza possono soltanto condurre alla diffidenza e, purtroppo, persino al conflitto.

8. Da questa Città Santa di Gerusalemme, vogliamo esprimere la nostra comune profonda preoccupazione per la situazione dei cristiani in Medio Oriente e per il loro diritto a rimanere cittadini a pieno titolo delle loro patrie. Rivolgiamo fiduciosi la nostra preghiera al Dio onnipotente e misericordioso per la pace in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente. Preghiamo specialmente per le Chiese in Egitto, in Siria e in Iraq, che hanno sofferto molto duramente a causa di eventi recenti. Incoraggiamo tutte le parti, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose, a continuare a lavorare per la riconciliazione e per il giusto riconoscimento dei diritti dei popoli. Siamo profondamente convinti che non le armi, ma il dialogo, il perdono e la riconciliazione sono gli unici strumenti possibili per conseguire la pace.

9. In un contesto storico segnato da violenza, indifferenza ed egoismo, tanti uomini e donne si sentono oggi smarriti. È proprio con la testimonianza comune della lieta notizia del Vangelo, che potremo aiutare l’uomo del nostro tempo a ritrovare la strada che lo conduce alla verità, alla giustizia e alla pace. In unione di intenti, e ricordando l’esempio offerto cinquant’anni fa qui a Gerusalemme da Papa Paolo VI e dal Patriarca Athenagoras, facciamo appello ai cristiani, ai credenti di ogni tradizione religiosa e a tutti gli uomini di buona volontà, a riconoscere l’urgenza dell’ora presente, che ci chiama a cercare la riconciliazione e l’unità della famiglia umana, nel pieno rispetto delle legittime differenze, per il bene dell’umanità intera e delle generazioni future.

8. Mentre viviamo questo comune pellegrinaggio al luogo dove il nostro unico e medesimo Signore Gesù Cristo è stato crocifisso, è stato sepolto ed è risorto, affidiamo umilmente all’intercessione di Maria Santissima e Sempre Vergine i passi futuri del nostro cammino verso la piena unità e raccomandiamo all’amore infinito di Dio l’intera famiglia umana.
“Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 25-26). A cura di Alessandro Ginotta

Padre Muscat: Santo Sepolcro, centro cosmico dell’universo

25 maggio 2014 at 19:50

Santo SepolcroOggi pomeriggio Papa Francesco si recherà a Gerusalemme, dove incontrerà il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, in occasione del cinquantesimo anniversario dello storico abbraccio tra Paolo VI e Atenagora. L’evento si svolge nella Basilica del Santo Sepolcro. Roberto Piermarini, inviato della Radio Vaticana, ne ha parlato con il padre francescano Noel Muscat, superiore della Basilica del Santo Sepolcro:

R. – Certamente, questo incontro è una novità assoluta che ha un significato del tutto particolare, perché per la prima volta troviamo qui quelli che San Giovanni Paolo II ha chiamato “i due polmoni della Chiesa” che si incontrano proprio al centro della cristianità, che è Gerusalemme, e che è il luogo dove Gesù ha sofferto la sua passione, è morto ed è risorto: alla Basilica del Sepolcro.

D. – Il Papa e il Patriarca Bartolomeo, nel corso della celebrazione, si recheranno insieme in preghiera sulla tomba del Santo Sepolcro. Qual è il significato teologico del Sepolcro?
R. – Per noi cristiani il Sepolcro è prima di tutto un evento, non è soltanto un luogo storico. Tanta gente viene qui e visita il Sepolcro come luogo storico; addirittura, qualcuno sorride quando sentono le guide dire che “qui si dice che Gesù sia risorto”. Noi cristiani sappiamo che questo è l’evento della nostra fede, perciò chi viene qua viene per celebrare un evento centrale della sua fede. Quindi, il significato teologico del Sepolcro è fondamentale per la vita del cristiano, perché è qui che Cristo ha compiuto la nostra salvezza ed è qui, veramente – come tanti documenti antichi dicono – che c’è il centro della Terra: non in senso geografico, ma in senso cosmico-teologico. Perciò, ecco, io direi che il contatto con il Sepolcro, anche fisico, per chi ha la fortuna di venire qua, dovrebbe essere un’occasione di crescita nella fede e nell’impegno battesimale.

D. – Dal punto di vista archeologico, quello che si venera a Gerusalemme è veramente il luogo dove è stato sepolto Gesù?
R. – Certamente l’archeologia ha il suo valore. Qui ci troviamo in un luogo antichissimo; abbiamo testimonianze archeologiche nelle pietre, e negli anni Sessanta qui sono stati fatti anche degli scavi dai nostri archeologi francescani, specialmente da padre Virgilio Corbo, dello Studium Biblicum Franciscanum, dai quali è risultato che nel primo secolo questa era una cava di pietra non più attiva, fuori dalla città, e che qui venivano crocifissi i criminali; e c’erano anche dei sepolcri, testimonianze di sepolcri antichi anche nella stessa chiesa, che oggi sono ancora visibili. Poi abbiamo testimonianze letterarie, come Eusebio di Cesare che ci racconta della costruzione della magnifica Basilica costantiniana … quindi, l’archeologia qui è molto importante! Certo, è difficile capire, per chi non è preparato, come nella chiesa di oggi siano inglobati tutti questi ricordi archeologici; ma certamente, con un po’ di studio, si riesce a capire come questo luogo, che è stato distrutto diverse volte, è stato sempre ricostruito con lo stesso amore, nello stesso luogo, perché i cristiani hanno creduto che l’evento della salvezza sia veramente successo qui.

D. – Quanto sono importanti per la Terra Santa i pellegrini e i pellegrinaggi, in questo luogo del Santo Sepolcro che, ovviamente, è il più visitato?
R. – L’importanza del pellegrinaggio prima di tutto è per gli stessi pellegrini, perché io continuerò sempre a ribadire che venire a Gerusalemme significa ritornare alle origini della nostra fede. Ma è anche importante per la comunità cristiana locale: questo è molto importante, perché la comunità cristiana locale che è molto esigua, come sappiamo – è una piccola comunità – ha bisogno del supporto, non soltanto materiale – certamente, anche del supporto materiale – ma del supporto morale della cristianità. Adesso stiamo vedendo anche tanti pellegrini dall’Oriente, che prima non venivano: si vede la Chiesa universale, nelle sue divisioni ma anche nelle sue ricchezze.

D. – Una domanda che è un po’ una curiosità: la Basilica del Santo Sepolcro è retta dai francescani di Terra Santa, dagli ortodossi e dagli armeni. Ma come mai è una famiglia musulmana che ogni mattina ne apre il portone?
R. – Ci sono ragioni storiche. Sappiamo che alla fine del regno crociato, nel 1187, Saladino ha consegnato il diritto dell’apertura della Basilica a delle famiglie musulmane. I cristiani dovevano pagare per entrare nella Basilica. Questa è una cosa che è rimasta nei secoli e sappiamo benissimo che fa parte del famoso “statu quo”, cioè del fatto che qui ci sono delle regole ferree che sono rimaste per lunghi secoli, che oggi sono anche benefiche per questo luogo, nel senso che così c’è una pacifica convivenza delle comunità. A cura di Redazione Papaboys fonte Radio Vaticana

Il custode di Terra Santa P.Pizzaballa: l’incontro con Bartolomeo, una svolta

25 maggio 2014 at 19:47

 padre Pierbattista PizzaballaIl gesto dell’incontro delle due Chiese sorelle, cattolica e ortodossa, al Santo Sepolcro è in sé un cambiamento epocale». La visita di Papa Francesco in Terra Santa, spiega padre Pierbattista Pizzaballa, è caratterizzata dall’accento ecumenico. Francescano, lombardo di Cologno al Serio (Bergamo), classe 1965, padre Pizzaballa, dal 2004 è custode di Terra Santa. «L’iniziativa del viaggio è partita da Bartolomeo e poi papa Francesco l’ha fatta propria. È la prima volta che questo accade. E anche per realizzare il viaggio, dal punto di vista organizzativo, la Chiesa cattolica e quella greco-ortodossa di Gerusalemme hanno dovuto lavorare insieme. Le precedenti visite riguardavano solo il Papa ed era dunque solo la Chiesa cattolica ad occuparsene».

L’incontro tra Francesco e Bartolomeo a Gerusalemme quale importanza riveste?
Non si svolgerà sul Monte degli Ulivi come accadde cinquant’anni fa tra Paolo VI e Atenagora, ma nel cuore della Gerusalemme cristiana, al Santo Sepolcro, che è anche il simbolo delle divisione fra i cristiani. Come l’incontro del 1964 cambiò radicalmente il dialogo tra le due Chiese, quella d’Oriente e quella d’Occidente, l’attuale segnerà una base importante di rilancio dei rapporti tra le due Chiese sorelle in maniera nuova, rinsaldandolo e ridefinendolo negli obiettivi.

Quale esito prevede?
Il gesto in sé è un cambiamento epocale. Non è mai successo un incontro come questo al Santo Sepolcro, simbolo delle divisioni ma anche luogo della comune memoria della morte e resurrezione di Cristo. La dichiarazione che firmeranno probabilmente conterrà cose che tutti condividono, nulla di eclatante, ma il gesto in sé conta più delle parole. E parlerà al mondo cattolico come a quello ortodosso.

Che conseguenze potrebbe determinare?
La visita del Papa può aiutare la comunità internazionale a prendere maggiormente coscienza della realtà della Chiesa qui. È importante perché incoraggerà soprattutto la comunità cristiana a darsi una prospettiva, a lavorare, ad andare oltre la realtà attuale. Noi qui viviamo ancora la piattaforma di dialogo tra le Chiese stabilita nel 1753, quella dello Statu Quo. I cambiamenti qui sono lenti e hanno dinamiche proprie. Dobbiamo però andare verso una maggiore armonia, un maggior coordinamento, una maggiore collaborazione, là dove è possibile, negli ambiti pastorali, negli ambiti concreti, pratici. Il dialogo ecumenico a Gerusalemme e in Terra Santa in generale non è un problema teologico, ma pastorale. Le famiglie qui sono famiglie miste, ortodosse e cattoliche. C’è il problema del calendario, quando un padre di famiglia deve prendere le ferie per le feste di Pasqua, quale calendario segue quello della Pasqua cattolica o di quella ortodossa? Si tratta di questioni molto concrete. Ecco, gli accordi passano attraverso questi aspetti, che io chiamo condominiali, ma che sono molto importanti perché segnano il termometro reale delle relazioni fra noi.

Tra i gesti del viaggio, c’è la Messa al Cenacolo, che ha suscitato proteste da parte degli ebrei ultraortodossi.
I termini della trattativa sono stati chiari e definiti. Per arrivare alla conclusione si sono dovuti affrontare anche altri aspetti che non riguardano strettamente il Cenacolo, di carattere legale e finanziario. La celebrazione della Messa al Cenacolo ha suscitato quest’anno molto più scalpore che nel passato. In questi giorni abbiamo assistito a diverse manifestazioni di accusa. C’è da parte della comunità religiosa, della destra israeliana, ma anche degli estremisti musulmani, la paura che i cristiani acquisiscano diritti a scapito loro, cosa che non esiste. Questo però ci dice come a Gerusalemme ci sia ancora molto cammino da fare e che il dialogo interreligioso in questo caso sia ancora solo agli inizi, perché le paure e i pregiudizi sono tanti.

Cosa pensa della scelta di Francesco di venire in Terra Santa con il rabbino Abraham Skorka e l’esponente islamico Omar Abboud?
Sono suoi amici personali. Essendo questa una visita anche di carattere ecumenico e interreligioso lo hanno voluto accompagnare. Questa è la motivazione, poi si possono fare tutte le letture che si vogliono. Una mossa sicuramente intelligente che segna la libertà rispetto al protocollo. Un rabbino e un musulmano che fanno parte della delegazione pontificia, non della comunità musulmana o rabbinica. Anche nelle visite dei papi in passato c’erano rabbini di Roma che però erano qui insieme alla delegazione ebraica, non pontificia. Significa libertà rispetto al protocollo, ma anche libertà in tutti i sensi.

Un altro Francesco in Terra Santa…
Certamente sì. Un altro tipo di Francesco, ma è sempre Francesco, il significato è quello. Lo si vede, anche nelle paure che suscita, perché questo Papa è molto popolare, e poi il fatto di chiamarsi Francesco e di tornare a Gerusalemme con questa carica ideale molto profonda, suscita paure. E le paure non bisogna negarle, bisogna coglierle, saperle gestire e indirizzarle nella maniera giusta.

Quali paure?
La paura di perdere qualcosa, di perdere un diritto, di vedere che un diritto dato a un altro sia negato a me. È un po’ la storia di questo Paese. L’esistenza di Israele per i palestinesi è vista come una negazione di un proprio diritto, un diritto dato a un cristiano sembra un diritto tolto ad un ebreo o ad un musulmano, cose così. Sono paure infondate naturalmente, c’è posto per tutti e ci deve essere spazio per tutti. Però dobbiamo tener presente che questo è un Paese ferito dalla storia in tantissimi modi, dove ciascuno si è costruito la sua lettura storica e se l’è costruita contro l’altro.

La situazione della comunità cristiana in Israele è peggiorata negli ultimi tempi?
La comunità cristiana in Israele soffre molto, non forse dal punto di vista economico, ma ha problemi di identità molto evidenti. I cristiani sono cittadini israeliani ma non sono ebrei, sono arabi ma non sono musulmani, si sentono figli di nessuno e questo crea una sensazione di solitudine che poi accentua anche la lettura negativa dei gesti, che magari non hanno nulla a che fare: «Il Papa non va in Galilea, il Papa non ci ama», pensano. Non è così, ma queste sono letture giustificate dagli atteggiamenti di cui dicevo prima, la comunità cristiana fa fatica a trovare una sua collocazione all’interno dello Stato e all’interno delle comunità che compongono Israele. Di Stefania Falasca fonte Avvenire

‘Benvenuto nella Terra Santa’. Gerusalemme aspetta Papa Francesco

24 maggio 2014 at 13:56

Coperta da oltre mille bandiere, vaticane e israeliane, Gerusalemme aspetta l’arrivo di Papa FrancescoIl viaggio di Papa Francesco: da Amman alla Città delle tre fedi passando per Betlemme. Maurizio Molinari, corrispondente da Gerusalemme del quotidiano La Stampa, racconta così il clima di attesa:

Coperta da oltre mille bandiere, vaticane e israeliane, Gerusalemme aspetta l’arrivo di Papa Francesco, che domani inizia un viaggio in Medio Oriente che lo vedrà fare tappa ad Amman e Betlemme prima di arrivare nella città santa delle tre fedi monoteiste. I drappi bianco-oro con le insegne della Santa Sede coprono il centro di Notre Dame, il quartiere cristiano, le botteghe dello shuk e corrono attorno alle mura della Città Vecchia fino al Kind David e a Rehavia, davanti alla residenza del presidente Shimon Peres. Anche a Betlemme il colpo d’occhio è simile, con la differenza dei drappi palestinesi al posto di quelli israeliani. “L’attesa di israeliani e palestinesi è alta perché tutti sanno che Papa Francesco parla con franchezza – dice David Neuhaus, patriarca vicario per la comunità dei cattolici di lingua ebraica – e c’è grande curiosità per cosa dirà e farà“.

Oltre alle bandiere, sono stati affissi migliaia di manifesti di ogni grandezza “Welcome to the Holy Land” in cui si vedono assieme Papa Francesco e Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, in vista dell’incontro che avranno nella nunziatura sul Monte degli Ulivi nel 50° anniversario del primo abbraccio fra Paolo VI e Atenagora I.

Le autorità israeliane hanno effettuato numerosi arresti fra i gruppi di estremisti ebrei responsabili di attacchi contro chiese e moschee nel corso dell’ultimo anno: alcuni di loro avevano minacciato gesta offensive nei confronti della visita e la polizia li ha fermati, creando anche posti di controllo a ridosso degli insediamenti in Cisgiordania dove molti di loro risiedono. Per proteggere la visita del Pontefice il governo israeliano schiera oltre 8mila uomini delle forze di sicurezza, che controlleranno ogni angolo del percorso ufficiale. La chiusura di molte strade di Gerusalemme – come di Betlemme – si deve alla decisione di Francesco di muoversi senza una vettura blindata ma ha sollevato malumori nella delegazione vaticana perché avrà come conseguenza “creare il vuoto attorno al Santo Padre” come osserva Artemio Vitores, numero due della Custodia francescana di Terra Santa. “Anche nella piazza della Mangiatoia di Betlemme dove Papa Francesco celebrerà la Messa domenica non entrano più di 10mila persone” sottolinea Vitores, secondo il quale “sono molti di più i cristiani che avrebbero voluto essere presenti“.

Sebbene il programma sia stato definito da tempo, con ritmi assai serrati, non mancano le sorprese dell’ultimora: domenica il Papa si recherà anche nel campo profughi di Debeishe, nei pressi di Betlemme, dove incontrerà quaranta bambini palestinesi ascoltando i loro racconti. “Vogliamo mostrare al Papa le nostre sofferenze” preannuncia Mamoun Lahham, direttore del “Phoenix Center” del campo che fu creato dai giordani nel 1949. A Betlemme, Francesco pranzerà con cinque famiglie cristiane palestinesi, una delle quali proviene da Gaza ma, spiega Neuhaus, “ancora non sappiamo se riuscirà a esserci a causa dei molto rigidi controlli di sicurezza”. A cura di Redazione Papaboys fonte: vaticaninsider.lastampa.it

Servizi di sicurezza in allerta: ‘tutto pronto per ricevere Papa Francesco’

24 maggio 2014 at 13:55

Misure di sicurezza in IsraeleMisure eccezionali di sicurezza vengono completate oggi ad Amman, Betlemme e Gerusalemme, mentre e’ ormai imminente l’arrivo di Papa Francesco.

In ciascuna delle tappe migliaia di agenti di sicurezza sono stati mobilitati per garantire l’incolumita’ di un Pontefice che ama i bagni di folla e che per principio rifiuta di spostarsi in veicoli blindati.

Ad Amman, forze speciali e anti-sommossa saranno dispiegate nelle strade da domani mattina. Attenzione particolare viene dedicata alla Messa che il Pontefice terra’ nello Stadio internazionale. Forze d’elite del Regno Hashemita lo accompagneranno durante l’incontro con i rifugiati siriani.

Intanto, nei pressi del confine con Israele, il sito del Battesimo si trova sotto una sorveglianza elevata e durante la visita del Papa sara’ chiuso al pubblico.

A Betlemme – dove il Pontefice restera’ circa sette ore – l’Autorita’ nazionale palestinese affidera’ la sua sicurezza a tremila agenti che da due mesi si preparano all’evento. Papa Bergoglio sara’ protetto in costanza da 850 membri della Guardia presidenziale, dislocati in tre cerchi concentrici: il piu’ stretto attorno al Pontefice; il secondo in una catena di posti di blocco; e il terzo, di cecchini, sui tetti della citta’. In Israele, informa la polizia, sono stati completati oggi i preparativi per l’ ‘Operazione Mantella Bianca‘ che prevede la dislocazione di 8.500 agenti di sicurezza e di quasi duemila militari in una operazione logistica fra le piu’ complesse degli ultimi anni. Nella Citta’ Vecchia di Gerusalemme – che e’ cosparsa di Luoghi santi alle diverse religioni – sono operative 320 telecamere di sorveglianza: seguiranno non solo gli spostamenti del Papa ma anche le attivita’ di ultra’ ebrei, che negli ultimi mesi hanno moltiplicato gli atti di vandalismo contro luoghi di culto cristiani. Anche oggi una scritta blasfema e’ comparsa su una chiesa di Beer Sheva (Neghev), mentre a Gerusalemme la polizia ha fermato due zeloti ebrei con volantini anti-cristiani. A cura di Redazione Papaboys fonte ANSA.

Per andare avanti. Intervista al Patriarca ecumenico Bartolomeo

23 maggio 2014 at 19:34

Papa Francesco con il Patriarca Bartolomeo INel 1964 è iniziato un cammino «che ormai non si può più fermare»: ancora non siamo giunti «al traguardo dell’unità dei cristiani», ma da quel momento «abbiamo imparato a perdonarci gli uni gli altri per gli errori e la diffidenza del passato, e abbiamo compiuto passi importanti verso il riavvicinamento e la riconciliazione». Ora «è venuto il momento di andare avanti — afferma Bartolomeo, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, — e con Papa Francesco faremo proprio un bel passo in avanti». Una convinzione questa che il Patriarca ha nutrito sin da quando incontrò il Pontefice in occasione delle celebrazioni per l’inizio del ministero petrino. Per questo propose di rievocare insieme il cinquantesimo anniversario dello «storico abbraccio di Gerusalemme». Dei frutti che egli attende da questo incontro Bartolomeo parla nell’intervista rilasciata alall’Osservatore Romano alla vigilia della partenza per la Terra Santa.

Papa Francesco sulle orme di Paolo VI cinquant’anni dopo. In questo periodo si è passati dal “dialogo dell’amore” al “dialogo della verità”. E ora come potrà proseguire il cammino in vista del traguardo finale?

Non c’è alcun dubbio che lo storico incontro tra i nostri venerabili predecessori, il Patriarca ecumenico Atenagora e Papa Paolo VI — che la Chiesa cattolica romana beatificherà tra breve — ha segnato un nuovo inizio nelle relazioni tra il cattolicesimo romano e l’ortodossia. È bene ricordare che quell’incontro seguiva a un intero millennio di diffidenza reciproca e di estraniazione teologica tra le nostre due grandi tradizioni. Malgrado la nostra storia comune di Scrittura e Tradizione, le nostre due Chiese rischiavano dunque di essere danneggiate dall’isolamento e dall’autosufficienza, avendo seguito cammini differenti sin dall’XI secolo. L’incontro a Gerusalemme, il 5 gennaio 1964, fu un punto di partenza straordinario per il lungo cammino di riconciliazione e di dialogo, che le generazioni successive furono chiamate a proseguire. Guardando indietro agli ultimi cinquant’anni, possiamo essere grati a Dio per quanto è stato realizzato sia nel “dialogo d’amore” sia nel “dialogo di verità”. Lo spirito di amore fraterno e di rispetto reciproco ha preso il posto delle vecchie polemiche e del sospetto.

C’è tanta attesa per questo incontro. In molti nutrono concrete speranze per un decisivo passo in avanti che porti a superare gli ostacoli che ancora si frappongono all’unità tra i cristiani. Quali sono le sue attese e le sue speranze?

Oggi, ancor più che cinquant’anni fa, c’è un bisogno urgente di riconciliazione, e questo rende il nostro prossimo incontro con Papa Francesco a Gerusalemme un evento dal grande significato. Naturalmente si tratta — come dobbiamo umilmente capire e ammettere — solo di un primo passo per andare incontro al mondo, quale affermazione del nostro desiderio di aumentare gli sforzi a favore della riconciliazione cristiana e pacifica. Ciò nondimeno dimostrerà la nostra disponibilità e responsabilità comune nel progredire sul cammino preparato dai nostri predecessori. Quindi, come leader ecclesiastici e spirituali, ci incontreremo per rivolgere un appello e un invito a tutte le persone, a prescindere dalla loro fede e virtù, per un dialogo che in fondo è volto alla conoscenza della verità di Cristo e ad assaporare la gioia immensa che accompagna l’incontro con lui. Tuttavia, in ultima analisi, ciò è possibile solo colmando la separazione interiore degli uni dagli altri e attraverso l’unità di tutta la gente in Cristo, che è la vera pienezza dell’amore e della gioia. Di Mari Ponzi fonte: Osservatore Romano

‘Benvenuto nella Terra Santa’. Gerusalemme aspetta Papa Francesco

23 maggio 2014 at 18:17

Coperta da oltre mille bandiere, vaticane e israeliane, Gerusalemme aspetta l’arrivo di Papa FrancescoIl viaggio di Papa Francesco: da Amman alla Città delle tre fedi passando per Betlemme. Maurizio Molinari, corrispondente da Gerusalemme del quotidiano La Stampa, racconta così il clima di attesa:

Coperta da oltre mille bandiere, vaticane e israeliane, Gerusalemme aspetta l’arrivo di Papa Francesco, che domani inizia un viaggio in Medio Oriente che lo vedrà fare tappa ad Amman e Betlemme prima di arrivare nella città santa delle tre fedi monoteiste. I drappi bianco-oro con le insegne della Santa Sede coprono il centro di Notre Dame, il quartiere cristiano, le botteghe dello shuk e corrono attorno alle mura della Città Vecchia fino al Kind David e a Rehavia, davanti alla residenza del presidente Shimon Peres. Anche a Betlemme il colpo d’occhio è simile, con la differenza dei drappi palestinesi al posto di quelli israeliani. “L’attesa di israeliani e palestinesi è alta perché tutti sanno che Papa Francesco parla con franchezza – dice David Neuhaus, patriarca vicario per la comunità dei cattolici di lingua ebraica – e c’è grande curiosità per cosa dirà e farà“.

Oltre alle bandiere, sono stati affissi migliaia di manifesti di ogni grandezza “Welcome to the Holy Land” in cui si vedono assieme Papa Francesco e Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, in vista dell’incontro che avranno nella nunziatura sul Monte degli Ulivi nel 50° anniversario del primo abbraccio fra Paolo VI e Atenagora I.

Le autorità israeliane hanno effettuato numerosi arresti fra i gruppi di estremisti ebrei responsabili di attacchi contro chiese e moschee nel corso dell’ultimo anno: alcuni di loro avevano minacciato gesta offensive nei confronti della visita e la polizia li ha fermati, creando anche posti di controllo a ridosso degli insediamenti in Cisgiordania dove molti di loro risiedono. Per proteggere la visita del Pontefice il governo israeliano schiera oltre 8mila uomini delle forze di sicurezza, che controlleranno ogni angolo del percorso ufficiale. La chiusura di molte strade di Gerusalemme – come di Betlemme – si deve alla decisione di Francesco di muoversi senza una vettura blindata ma ha sollevato malumori nella delegazione vaticana perché avrà come conseguenza “creare il vuoto attorno al Santo Padre” come osserva Artemio Vitores, numero due della Custodia francescana di Terra Santa. “Anche nella piazza della Mangiatoia di Betlemme dove Papa Francesco celebrerà la Messa domenica non entrano più di 10mila persone” sottolinea Vitores, secondo il quale “sono molti di più i cristiani che avrebbero voluto essere presenti“.

Sebbene il programma sia stato definito da tempo, con ritmi assai serrati, non mancano le sorprese dell’ultimora: domenica il Papa si recherà anche nel campo profughi di Debeishe, nei pressi di Betlemme, dove incontrerà quaranta bambini palestinesi ascoltando i loro racconti. “Vogliamo mostrare al Papa le nostre sofferenze” preannuncia Mamoun Lahham, direttore del “Phoenix Center” del campo che fu creato dai giordani nel 1949. A Betlemme, Francesco pranzerà con cinque famiglie cristiane palestinesi, una delle quali proviene da Gaza ma, spiega Neuhaus, “ancora non sappiamo se riuscirà a esserci a causa dei molto rigidi controlli di sicurezza”. A cura di Redazione Papaboys fonte: vaticaninsider.lastampa.it